Il Fondo monetario internazionale (FMI) conferma le fosche prospettive di crescita per l’Europa che con lo scenario attuale caratterizzato dallo shock energetico dovuto alla guerra in Medio Oriente potrebbe “avvicinarsi alla recessione, con un’inflazione che sfiora il 5%”. In un articolo sul blog del FMI pubblicato mentre sono in corso le riunioni di primavera a Washington, il direttore del dipartimento per l’Europa, Alfred Kammer, precisa che le prospettive di crescita per l’area euro “sono stimate a solo l’1,1% nel 2026, mentre per l’Unione Europea sono dell’1,3%; e questa previsione è caratterizzata da un elevato grado di incertezza.
In uno scenario più grave, come già descritto nel World Economic Outlook pubblicato nei giorni scorsi, uno shock persistente dell’offerta aggravato da condizioni finanziarie più restrittive l’UE potrebbe avvicinarsi alla recessione, con un’inflazione che sfiora il 5%”.
Prima della guerra, ammette Kammer, “le nostre previsioni sarebbero state riviste al rialzo”, precisando che nessun Paese UE sarà immune alle crisi.
L’analisi redatta dal Fondo monetario internazionale giunge mentre prosegue il blocco dello Stretto di Hormuz che sta avendo effetti a cascata non solo sui prezzi di petrolio e gas, ma sulle forniture di raffinati, in particolare il carburante per aerei. In un’intervista rilasciata a La Stampa, il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, ha lanciato l’allarme, sostenendo che in caso di un’interruzione prolungata (sei settimane o più), le compagnie aeree potrebbe avviare la cancellazione dei voli per la mancanza di jet fuel.
Secondo gli ultimi dati elaborati da Eurostat, il tasso di inflazione annuo nell’area dell’euro si è attestato al 2,6 % a marzo 2026, in aumento rispetto all’1,9% di febbraio. Un anno prima, il tasso era del 2,2 %. Per quanto riguarda l’intera UE, l’inflazione annua nell’Unione europea si è attestata al 2,8 % a marzo 2026, in aumento rispetto al 2,1% di febbraio. Un anno prima, il tasso era del 2,5 %.
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Cosa dovrebbe fare l’Europa?
Nell’analisi, Kammer fornisce alcuni consigli all’Europa per affrontare la crisi. Anzitutto, la risposta europea allo shock energetico deve poggiare su due pilastri: una gestione macroeconomica credibile e una strategia di lungo periodo per rafforzare la resilienza.
Il “primo imperativo”, scrive, è “impostare correttamente la politica monetaria e fiscale”. Sul fronte monetario, il direttore del dipartimento Europa del FMI osserva che nell’area euro la BCE ha “un certo margine di manovra per attendere e osservare l’evoluzione dello shock prima di intervenire”, pur prevedendo un aumento cumulativo di 50 punti base entro fine anno. Al tempo stesso, avverte che un aumento dell’inflazione di fondo o delle aspettative a medio termine renderebbe necessario un orientamento più restrittivo.
Sul piano fiscale, Kammer insiste sulla necessità di muoversi entro i limiti consentiti dai conti pubblici. I Paesi con debito elevato e scarso margine fiscale, osserva, “non possono permettersi di ampliare i deficit”, e qualsiasi misura sul fronte energetico dovrebbe essere compensata per non aggravare ulteriormente la pressione sui bilanci pubblici. Il riferimento implicito è anche alle differenze tra Stati membri: economie con finanze più solide, come Danimarca o Svezia, hanno più spazio per politiche anticicliche rispetto a Paesi come Francia e Italia.
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Una parte centrale dell’analisi riguarda poi il tipo di sostegno da adottare contro il caro energia. Kammer boccia esplicitamente interventi generalizzati già messi in atto da diversi Paesi europei come tetti ai prezzi, sconti universali o tagli indiscriminati delle imposte sui carburanti, definendoli “misure poco sagge”.
Secondo il FMI, il sostegno non mirato finisce per favorire soprattutto i redditi più alti, distorce il segnale di prezzo e rallenta gli aggiustamenti necessari. Per questo i governi europei, avverte, non dovrebbero ripetere “gli stessi errori costosi” del 2022: le misure efficaci devono essere mirate e temporanee, con “date di scadenza vincolanti”, così da proteggere i più esposti senza compromettere gli investimenti necessari per rafforzare il sistema energetico europeo.
Il “secondo imperativo”, prosegue Kammer, è “costruire resilienza”. Il FMI sottolinea che i prezzi dell’energia industriale nell’UE restano circa doppi rispetto ai livelli precedenti al 2022 e ben superiori a quelli degli Stati Uniti, a causa della dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas e della frammentazione dei mercati energetici europei. La risposta, secondo Kammer, non sta nel rallentare la transizione, ma nell’accelerarla: completare il mercato unico dell’energia, mantenere il sistema ETS e rafforzare le interconnessioni transfrontaliere rappresentano, scrive, “la strada per costi energetici strutturalmente più bassi e stabili”.
Infine, il dirigente del Fondo collega la resilienza energetica a un’agenda più ampia di riforme strutturali. Secondo le stime richiamate nel testo, un’integrazione più profonda dei mercati del lavoro e dei prodotti e la riduzione dei divari strutturali interni potrebbero aumentare sensibilmente produttività, investimenti e reddito pro capite in Europa. Il messaggio conclusivo è netto: “Le riforme non possono aspettare”. Anzi, “lo shock attuale non è un motivo per rimandare. È un motivo in più per portare avanti l’agenda delle riforme”.

